Il ritorno di Cuffaro e i simboli perduti

Il ritorno di Cuffaro è la cartina al tornasole di un clima che probabilmente sta cambiando.

È un bislacco gioco dell’oca, dove nel pozzo ci finiscono gli avvoltoi, a mare le sardine e stavolta tocca a chi è stato fermo per due giri. È uno specchio delle brame e delle coscienze più taciute, a cui gli arrembaggi del nuovismo han mostrato la loro improntitudine, lasciando un buco nelle pance poco prima gorgoglianti di rabbia e vaffambrodo.

Il ritorno di Cuffaro è il revanscismo d’una cultura scudocrociata che è al di sopra delle beghe e delle sciarre da ballatoio, trascende il senso di un simbolo dietro cui intruppare elettorato e su cui fare una X. È la voglia di riscatto di una storia, di un’identità, di un’eredità inopinatamente perduta. “Sei democristiano” è diventato nel tempo una specie di epiteto sussurrato, un’etichetta appiccicata addosso ai presunti biscazzieri della politica, quelli che, aumma aumma, danno sempre un colpo alla botte ed uno al cerchio. Ma Cuffaro non ci sta; e come lui molti altri.

Ecco allora che ritorna, Toto’, sventolando una bandiera, stropicciata e un po’ ingiallita, con cipiglio e con orgoglio. Perché evidentemente per lui, e per molti altri, me compreso, essere democristiano vuol dire tutt’altro. Vuol dire portarsi dentro l’esempio di giganti che sedevano sugli stessi scranni da cui ora nanerottoli e fatine giocano col tablet o consultano Google per non sbagliare una capitale o un congiuntivo. Vuol dire professare il credo delle istituzioni, nel loro più alto, solenne e manierato senso.

Essere democristiano vuol dire appartenere, vuol dire credere e vuol dire anche riconoscersi in un modo d’essere. È la capacità di governare e gestire processi e dinamiche, senza strappi e senza traumi ma non per questo con meno efficacia. È l’attitudine alla moderazione, alla pacatezza di contenuti che non necessitano d’alcuna amplificazione, è l’antitesi al politicamente scorretto, parolaio ed urlatore, che ormai c’invade e ci assorda da tutti i lati. È una cultura politica che s’e’ smarrita nella calca informe dei politicanti 2.0 e delle loro terza, quarta, quinta Repubblica (ormai si è perso il conto). E sì, è anche la voglia di tornare a quelle tanto bistrattate vasate, che qualcuno ha sapientemente indicizzato nel Malleus maleficarum de’ noantri come infido strumento di sortilegi e magheggi… però, diciamoci la verità, quanto mancano!

Quanto manca quel contatto, quel groviglio di mani e abbracci, quelle folle di appassionati a cui bastava un pizzicotto in guancia per esser contenti! Quanto rimpiangiamo quegli applausi scroscianti, che per guadagnarseli non c’era bisogno di dare del negro a nessuno, né di mandare a quel paese qualcuno. Quanto manca quella politica, certo clientelare e magari un po’ raffazzonata, ma fatta tra la gente e per la gente, senza slogan e tanto ascolto. Perché sarei pronto a scommetterci: lui per ora campeggia, col suo solito faccione un po’ smagrito eppur sempre appagnottonato, sui social, tuttavia non vede l’ora di tornare alle sue vasate, ai suoi comizi, alle sue barzellette, non vede l’ora di tornare alla sua gente e a quelle facce che mutavano in sorrisi smaglianti quando da lui ricevevano uno sguardo ammiccante. Quella politica manca.

Manca a tutti, anche a quelli che, leggendo queste mie modeste righe, non sapranno come indignarsi prima. Manca a tutti, Toto’. Manca quella politica fatta di accomodamenti, di accordi, di sentimenti. Una politica senza odi di classe e senza rancori di razze, senza selfie e senza sprazzi; divisiva, certo, agguerrita, come no, ma condotta sempre e comunque sul campo di idee e visioni che generavano avversari da rispettare e non nemici da abbattere.

Era la politica delle istituzioni, la politica tutta d’un pezzo, forse un po’ troppo abbottonata, ma certamente un po’ più sobria e molto più seria. Ed era la politica del popolo; quella del caro marciapiede e delle piazze di borgata, delle domeniche al bar… che c’è l’onorevole… e dei giovani che mangiavano pane duro ed imparavano (e si preparavano!) prima di mettersi giacca e cravatta e sentirsi arrivati.

Una politica normale, efficace e fallace, dai contorni più netti, con meno marmellate e più sugo; una politica in cui si commettevano errori ma si facevano le cose. Quanti di voi non vorrebbero tornare a quella normalità? Io non lo so come e in che veste Cuffaro tornerà.

Magari se glielo chiedete vi risponderà che vuol solo dare un contributo al rilancio della democrazia cristiana e basta.

Magari non è nemmeno tornato e la sua è solo un’affacciatina su quello che era il suo mondo. O magari no.

Ai posteri l’ardua sentenza e lui di sentenze s’intende; lui, le sentenze, le ha subite, le ha rispettate, le ha pagate. Noi il dazio alla demagogia pure, e anche noi a caro prezzo.

Zero a zero e palla al centro.

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